I GATTI PERSIANI

Giovedì 10 Febbraio - ore 21 - Sala Teatro Cormorano - Ca' Savio (Ve)

Usciti da poco di prigione, due giovani musicisti, un uomo e una donna, decidono di formare una band. Setacciano il mondo underground della Teheran di oggi in cerca di altri musicisti. Siccome suonare in Iran è vietato, progettano di fuggire dalla loro esistenza clandestina e sognano di esibirsi in Europa. Ma senza soldi e senza passaporti non sarà facile…

REGIA: Bahman Ghobadi
SCENEGGIATURA: Roxana Saberi, Hossein M. Abkenar, Bahman Ghobadi
ATTORI: Hamed Behdad, Ashkan Koshanejad, Negar Shaghaghi


FOTOGRAFIA: Turaj Aslani
MONTAGGIO: Hayedeh Safiyari
PRODUZIONE: MIJFILM
DISTRIBUZIONE: Bim Distribuzione
PAESE: Iran 2009
GENERE: Drammatico
DURATA: 101 Min
FORMATO: Colore

I gatti persiani - la recensione

Qualcosa sta cambiando, nel cinema iraniano. Per fortuna. Ne avevamo preso atto con il The Hunter di Rafi Pitts visto a Berlino e ora ne abbiamo ulteriore conferma con il nuovo film di Bahman Ghobadi, già vincitore di un premio nella sezione Un certain regard a Cannes 2009 e segnalato tra i migliori film della stagione dai Cahiers du Cinema.

Perché I gatti persiani, girato in fretta e furia e in totale clandestinità, è un film che ha finalmente l’esigenza e il coraggio di raccontare una storia e un paese sfidando le convenzioni cinematografiche e governative che in Iran regnano sovrane. Quella di Ghobadi è una docufiction che strizza l’occhio al Crossing the Bridge di Fatih Akin e che racconta attraverso una (ripetitiva) struttura da compilation musicale la storia di due giovani che sognano di mettere su una band per esibirsi all’estero, e attraverso di questa una condizione di costrizione che riguarda i ragazzi e la società iraniana in senso più ampio.

Se il passaggio più evidente, rispetto ai canoni cinematografici iraniani, è quello dal contesto rurale o provinciale a quello urbano, è da sottolineare come il ritratto appassionato che Ghobadi fa della capitale Teheran lascia pochissimo spazio alla dimensione dell’inquadratura intesa in senso tradizionale. Il regista, infatti, porta soprattutto lo spettatore tra gli scantinati, le soffitte, i vecchi magazzini e tutti gli altri luoghi nascosti e marginali che i vari gruppi musicali che incontriamo nel film usano come sala prove, lasciando che un quadro della città emerga non tanto attraverso discutibili sequenze stile videoclip che ritmicamente appaiono nel film, ad ogni brano eseguito, ma principalmente attraverso le sensazioni e le parole dei personaggi che incontriamo.

Un ritratto emotivo, più che fotografico, quindi. Dal quale emerge una tensione, un amore-odio, un legame gioioso e sofferente al tempo stesso che va di pari passo con quello raccontato implicitamente dalle e con le vicende della trama. Quel che Ghobadi infatti riesce efficacemente a trasmettere è la sensazione di una grande energia, di una vitalità forte e determinata, di una voglia di (libera) espressione costantemente frustrate, limitate, imbottigliate da un regime che atterrisce e opprime.

Tanto più politico quanto più legato all’amore per l’arte e la sua espressione, I gatti persiani sceglie la strada drammaturgicamente più sensata quando abbraccia un finale da tragedia, che però non getta una luce interamente pessimista sull’insieme. Perché quell’energia e quella voglia, sane e (pro)positive che vengono raccontate sono ancora accese, e come fiammelle di tante candele le voglie e le necessità dei singoli, unendosi, sono auspicabilmente destinate ad illuminare i luoghi oscuri e, chissà, a bruciare le impalcature di cartapesta di chi li controlla e castra.

di Federico Gironi

Pubblicato il 13/04/2010 su Comingsoon.it  

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